Perché gli stati erigono sempre più muri?

Si crede che molti dei muri tra le varie culture e nazioni siano ormai crollati. Forse però non è proprio così. 

La nostra indagine di oggi ci porta a riflettere sulle divisioni tra i vari paesi.

I muri di oggi

I confini tra le nazioni, per definizione, sono sempre stati dei muri. Il loro scopo principale, però, era storicamente quello della difesa militare, a partire dalla Grande Muraglia cinese e dai valli romani. La cortina di ferro e in particolare il Muro di Berlino, nella storia più recente, avevano una funzione diversa, ma che rappresentava l'eccezione alla regola; tenere dentro i cittadini di quegli stati che volevano andarsene.

Commisti con le funzioni difensive ci sono poi gli scopi economici. In primo luogo la possibilità di imporre dazi doganali, ma anche il controllo generale delle attività economiche transfrontaliere. Il muro israeliano, benché abbia senz'altro scopi protettivi, ha anche una funzione economica là dove ingloba territorio.

Per quella che forse si rivelerà essere stata una breve stagione del pensiero economico e sociologico, la globalizzazione ci aveva fatto pensare ad una scomparsa dei muri a fini economici e una volontà di collaborare su problemi che affliggono il mondo intero come quelli ambientali e sociali. Le aree di libero scambio, con l'eliminazione delle imposte doganali tra gruppi di stati, avevano fatto un buon passo in questa direzione. Ma ben più importanti erano diventate le possibilità di spostare liberamente non solo le merci, ma anche i capitali, le aziende, e infine i lavoratori. In teoria, tutti avrebbero dovuto trarre vantaggio dalla globalizzazione, che altro non era se non la scomparsa dei muri tra le economie dei singoli stati.

Ma questi spostamenti devono essere liberi e dipendere esclusivamente dalla volontà dei singoli (investitori, imprese, e soprattutto lavoratori)? O devono essere regolamentati, nello stesso modo in cui, a seconda della filosofia socioeconomica prevalente in ciascuno stato, l'economia viene più o meno regolata dall'autorità statale?

I muri (fisici e anche costituiti da misure di legge) che sono stati costruiti con sempre maggiore frequenza negli ultimi decenni, anni e mesi sono destinati appunto a questo, a regolare uno di quei movimenti: non quello dei capitali, non quello delle aziende, ma quello dei lavoratori.

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I politici e gli statisti (e, negli stati democratici, il loro elettorato) che ritengono che i muri siano utili affermano di non essere contrari all'immigrazione di stranieri; ma, piuttosto, di voler essere in grado, nella piena sovranità del loro stato, di regolarla. Ammettere lavoratori nei numeri e con le qualifiche e specializzazioni effettivamente necessarie, e non di più.
Questa posizione è messa in crisi dalla crescente pressione di popolazioni all'esterno di quei sempre nuovi e sempre più alti muri, però. Gli eventi più recenti, in particolare le guerre civili in Medio Oriente, ma anche situazioni di grave crisi in Africa ed altrove, hanno solamente accelerato ed ingrandito un fenomeno che è sempre esistito: quello degli emigranti poveri che vanno a cercare fortuna all'estero. Il problema, tuttavia, è che storicamente questo movimento era verso aree del mondo poco popolate (le Americhe, per esempio). Oggi invece si dirigono semplicemente verso le regioni più ricche del pianeta.

Potrebbero questi grandi flussi di popolazione trovare lavoro, e quindi sicurezza economica, nei paesi verso i quali si dirigono? E potrebbero quindi questi arrivi essere positivi per le economie di quei paesi? Alcuni economisti dicono di sì, e sostengono che gli immigrati fanno i lavori (manuali, faticosi e/o pericolosi) che i più abbienti abitanti del luogo non vogliono più fare. Altri economisti dissentono.
Il problema è ovviamente complicato dal fatto che la maggior parte degli stati dell'Occidente riconoscono diritti ai rifugiati – ma il concetto era basato su idee dei tempi della Guerra Fredda. Un conto è offrire riparo ai rifugiati politici, che venivano perseguitati individualmente; altro è offrirlo ai “rifugiati economici” che, a seconda di quel che capita nel loro paese di origine, possono anche essere decine di milioni.

muri rifugiati

Oggi, ci sono muri per il controllo dell'immigrazione, per fare solo qualche esempio, al confine meridionale degli USA, al confine saudita, tra l'India e il Bangladesh, in Marocco; hanno fatto grande scalpore, recentemente, le recinzioni (forse temporanee ma forse no) erette dall'Ungheria allo scopo di chiudere il flusso, attraverso il suo territorio, di immigrati lungo il “corridoio balcanico”. Tutto lascia pensare che in molti degli stati oggetto di questi flussi si stiano formando maggioranze politiche a favore del ripristino di controlli alle frontiere e leggi più severe sull'immigrazione, se non a favore delle vere e proprie mura fisiche.

Naturalmente l'aspetto economico è solo una delle problematiche. L'afflusso in numeri significativi di persone di altre etnie, lingue, culture e religioni non può non avere un impatto sulla società in cui queste andranno ad insediarsi, sebbene regolato e mediato dalle politiche sociali in quei paesi.
Stati circondati da muri sono come vasi non comunicanti; finché sono così, è possibile, per esempio, tenere più alto il livello del liquido in uno dei vasi che negli altri. Ed è possibile, se i liquidi sono diversi, evitare commistioni. Sarebbe un bene, sarebbe un male? Difficile a dirsi. Quello che si può osservare è che la volontà di tenere i vasi non comunicanti sta aumentando.

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